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Home White News Agonismo Per una Federazione consapevole: il fenomeno dell’abbandono giovanile nello sci alpino
AgonismoWhite News

Per una Federazione consapevole: il fenomeno dell’abbandono giovanile nello sci alpino

28 Febbraio 2024
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di Enrico Clementi

[…] è difficile da accettare di aver perso quella scintilla negli occhi e il desiderio che mi ha guidata in un percorso pianificato per tutta la carriera. […] Non ho idea di cosa mi aspetta nella vita, ma sono sicura di partire per una nuova avventura. Ci vediamo presto… in montagna, all’aria aperta, sugli sci.”

Meta Hrovat

Il fenomeno dell’abbandono nello sport in genere e nello sci alpino in particolare può essere osservato da varie angolazioni e secondo criteri di studio diversi.

Comunque, ad oggi, manca un’analisi dei dati, ma ancora di più mancano strumenti preventivi che possano essere adottati dalle federazione, a partire dalle categorie minori.

A parte i ritiri “eccellenti”, come quello di Braathen, altri ritiri, pur facendo meno rumore, fanno riflettere: è di qualche settimana addietro il ritiro improvviso della ventiquattrenne svizzera Vivianne Haerri (in gara a Kranjska Gora) che afferma, tramite l’ufficio stampa federale: “Dopo lunghe riflessioni ho deciso di terminare immediatamente il mio percorso agonistico. Il fuoco di questa passione di lunga data si è spento. La volontà di investire un’enorme quantità di passione, tempo ed energia nella mia carriera sciistica non c’è più”.

Poco più tardi, è arrivato l’annuncio del ritiro anche per l’austriaca Magdalena Kappaurer (sorella di Elisabeth), classe 2000, che quest’anno ha gareggiato a livello FIS e non aveva ancora esordito nel massimo circuito.

Mentre è relativamente agevole dare riferimenti numerici sull’età di uscita dalle liste FIS (proporremo a breve su questo stesso magazine un articolo per gruppi, disciplina e genere), non lo è per le categorie minori e nei passaggi nevralgici dalla cat. Cuccioli (età cronologica 10-12 anni) a Ragazzi/Allievi (12-16 anni), e da quest’ultima ad Aspiranti/Giovani (16-20).

Stimiamo ad oggi che la media di abbandoni, ad ogni cambio di categoria, oscilla tra il 20 % e il 30 % dei giovani tesserati. E se si fa un calcolo sui numeri medi di uno sci club e si moltiplica per il numero di organizzazioni che compongono la base federale, il fenomeno risulta di assoluto rilievo e pone interrogativi.

Non è agevole definire la serie di cause e di concause che determinano l’abbandono giovanile, che, in assenza di dati certi, sono sì indicative, empiricamente (a mia volta nell’ultimo settennio ho raccolto dati da società e comitati regionali diversi), ma non attendibili.

D’appresso qualche spunto e linee di ricerca, in attesa di un lavoro più strutturato su dati incrociati forniti dai comitati regionali e dalla Federazione.

Premessa

L’attività sportiva, da quella di base all’agonismo, è un’attività che si presta a molte considerazioni, che vanno dal contributo positivo dello sport alla crescita personale, allo sviluppo delle abilità motorie, dall’aumento delle capacità relazionali, comunicative, all’aumento delle competenze emotive.

Tuttavia, quest’insieme di abilità e competenze, non si sviluppa in modo indipendente, ma all’interno di un sistema di persone e strutture che non necessariamente hanno caratteristiche positive, e che non sempre favoriscono l’emergere e il rafforzamento delle stesse.

È bene ricordare, in un contesto sociale che comunque desta interrogativi, che l’ingrediente pedagogico dello sport non è dato dallo sport in sé, ma dai valori che esso incarna e veicola.

E se in questi ultimi anni lo sci alpino è stato al centro di tante discussioni e controversie, nella nostra, come in altre federazioni e realtà sportive, c’è ancora qualcuno che a ragione continua a considerarlo come fonte di valore formativo per i giovani.

In questo articolo voglio fornire alcuni spunti di riflessione e alcune evidenze sull’abbandono giovanile nello sci alpino, facendo riferimento a ciò che offre la ricerca – sicuramente insufficiente, ma comunque utile per mettere in luce alcuni aspetti salienti.

Per spiegare un fenomeno come il drop-out si intersecano ambiti paralleli dell’educazione, che in molti casi ci dicono del perché un giovane pratica lo sci alpino, ma in molti altri diventano causa di abbandono.

Questo lavoro vuole essere uno spunto di riflessione su quello che il panorama degli sport invernali offre, tenendo presente che il fenomeno dell’abbandono giovanile è collegato anche ad alcuni cambiamenti dello sport moderno. Più consapevole, rispetto a un recente passato, di rivolgersi a giovani che sono prima di tutto soggetti, e non oggetti.

Motivazione allo sport e valori

La motivazione costituisce la chiave d’accesso ai risultati agendo attraverso tutta una serie di bisogni e di stimoli di varia natura. Ed è proprio partendo dalla motivazione che si può avviare lo studio di un fenomeno ad essa strettamente collegato, quale il drop-out giovanile.

Già alcune ricerche della fine anni Settanta (cfr. Sapp & Haubenstricker del 1978), poi confermate successivamente, indicano con precisione i fattori che determinavano l’abbandono o, al contrario, la partecipazione sportiva.

Tra i fattori motivanti troviamo: l’acquisizione di competenze, il bisogno di affiliazione, il benessere fisico e il divertimento; mentre tra quelli di abbandono troviamo: le difficoltà con l’allenatore e i compagni, l’eccesso di competizione, la ripetitività e la noia, il confliggere l’attività agonistica con altri bisogni propri dell’età.

Emerge chiaramente che variabili quali i bisogni dell’età (divergenti dall’attività agonistica in se stessa) e la figura dell’allenatore siano decisivi. Ma anche l’eccesso di competizione, o comunque la percezione del giovane che l’elemento competitivo sia preponderante rispetto ad altre connotazioni dell’attività, ha un impatto decisivo nelle cause d’abbandono.

Si cambiano format (v. il progetto “FISI per il futuro”) premiando più aspetti agonistici all’interno della stessa gara, e su più manche, ma i risultati dicono che la componente di gioco continua ad essere poco percepita, e il contrasto alla specializzazione precoce disatteso: i dati diffusi dai Comitati confermano, nella gran parte dei casi, i risultati di atleti già vincenti nel format classico.

Alcuni autori parlano addirittura di una “filosofia strategica” che l’allenatore dovrebbe attuare con lo scopo di ridurre le condizioni di disaggio che possono condurre a un abbandono precoce.

A tale proposito e a fini preventivi risultano utili le indicazioni che derivano da un modello didattico che considera i compiti specifici degli allenatori o di altri tecnici coinvolti, finalizzandoli appunto allo sviluppo di un clima motivazionale orientato sulla competenza.

Presenterò il modello in un prossimo articolo dedicato, modello che è conosciuto come TARGET, acronimo dei vocaboli inglesi Task (compito), Authority (presa di decisione), Recognition (riconoscimento), Grouping (organizzazione in gruppi), Evaluation (valutazione), Time (tempo) (cfr. Bortoli, Bertollo e Robazza, 2005).

Come intuitivo la valutazione (Evaluation) rappresenta un aspetto importante della didattica, in quanto spesso fornisce non solo indicazioni sui livelli di apprendimento, ma anche informazioni dalle quali gli atleti ricavano giudizi sul proprio valore personale.

La valutazione può avere un valore negativo per i giovani, dal punto di vista motivazionale, qualora sia fondata prevalentemente su criteri normativi e sul confronto sociale: il risultato cronometrico del format classico di gara, nei fatti, è un risultato pubblico e quindi un confronto sociale che rischia di sovraesporre il giovane atleta.

Come evidente il fine del ragionamento non è quello di evitare in assoluto la frustrazione, pure presente nelle attività agonistiche e in un certo senso necessaria alla crescita dell’atleta, ma appunto quello di non sovraesporre precocemente il giovane rispetto ad essa, permettendogli di strutturare un’adeguata autostima e percezione di sé.

Allenarsi a competere, come sappiamo (SALT, FISI-STF), è una finalità ben precisa nel percorso di crescita dell’atleta, che implica – ancora una volta – apprendimento, e quindi richiede, oltre che programmazione e azioni formative, una valutazione in ingresso (assessment) troppo spesso disattesa: non siamo tutti strutturalmente competitivi, ma ci si può allenare ad esserlo, in modo spesso più integrato di chi compete reattivamente, perché in fondo fragile.

Il burnout nello sci alpino

In genere il burnout è un fenomeno che si presenta in atleti che si allenano da molto tempo e con impegno ad alta intensità, ma la ricerca ha messo in evidenza come il burnout possa divenire una  problematica  anche  di  atleti  giovani,  soprattutto  di  quelli  talentuosi e che sono coinvolti precocemente in una reiterata partecipazione sportiva.

Per burnout intendiamo una condizione mentale associata a sensazioni di esaurimento fisico ed emozionale, ridotto senso di realizzazione personale, non valorizzazione dello sport e dell’ambiente sportivo (Raedeke, 1997).

Non è necessariamente la caratteristica dello sport – individuale – ad indurre il burnout, e non è nemmeno emersa in letteratura una relazione fra burnout e quantità ed intensità dei carichi di allenamento, che di solito vengono considerati un aspetto importante dello stress.

Fattori non legati all’allenamento, dunque, sembrerebbero avere peso maggiore nel creare situazioni di stress, e questi risultati hanno sollecitato linee di ricerca in altre direzioni.

Infatti, alcuni studi mettono in evidenza che non necessariamente il burnout porta all’abbandono dell’attività sportiva: ci sono sfumature diverse nell’esperienza individuale, e con adeguato supporto sociale e acquisizione di strategie efficaci per affrontare difficoltà e problemi, gli atleti possono evitare di entrare nella fase finale di burnout e continuare il proprio impegno attivo nello sport.

Con riferimento specifico    alla    teoria    dell’orientamento motivazionale e considerando in particolare il clima motivazionale determinato dall’allenatore, in uno studio su adolescenti maschi praticanti sport di squadra, Reinboth e Duda (2004) hanno analizzato una delle componenti del burnout, l’esaurimento fisico ed emozionale, assieme alla presenza recente di sintomi fisici, come mal di testa, mal di stomaco, dolori muscolari e simili.

Dallo studio è emersa una relazione significativa fra percezione di clima incentrato sulla prestazione ed esaurimento psico‐fisico. Inoltre, è emersa anche la relazione fra percezione di clima sulla prestazione e presenza di sintomi fisici; questo aspetto viene spiegato con il fatto che un’attenzione alta dell’allenatore e/o di altri adulti significativi (genitori) sulla competizione e sulla vittoria possa determinare nei giovani atleti il tentativo di fare qualsiasi cosa per vincere, aumentando il rischio infortuni.

Gli aspetti del burnout sono stati comunque collegati anche a caratteristiche individuali di personalità, come, ad esempio, l’ottimismo o il perfezionismo.

In contesti in cui gli atleti investono impegno ed energia per cercare di raggiungere obiettivi per loro significativi, i tratti di personalità contribuiscono a creare una sorta di “lente” che modifica e a volte deforma il processo di valutazione delle situazioni.

È importante che gli allenatori riconoscano i segnali che indicano stanchezza e calo motivazionale. Alcuni di questi segnali sono il fatto di arrivare spesso in ritardo agli appuntamenti, una riduzione dell’impegno, l’aumento di errori esecutivi, una prestazione qualitativamente inferiore agli standard o alle prestazioni attese, cambiamenti nell’atteggiamento verso le attività di gruppo, irritabilità del giovane e simili.

A comportamenti di questo tipo, spesso si reagisce con richiami e sollecitazioni, talvolta bruschi, con lo scopo di stimolare   i  ragazzi   a  reagire   e   ad   impegnarsi  maggiormente.

Gli   allenatori  dovrebbero   però considerare anche la possibilità di una lettura diversa della situazione ed attivare una riflessione più ampia sugli atteggiamenti dei ragazzi e su come rispondere ad essi.

Alcune indicazioni utili alla prevenzione del burnout, comunque, prima ancora di aspetti psico‐educativi specifici riguardano già la programmazione complessiva e l’organizzazione degli allenamenti, che sono componenti fondamentali tra i compiti dell’allenatore in genere e del DT in particolare.

Presenteremo nel prosieguo di questo articolo strategie di programmazione per gli sci club, tali da distribuire organicamente tempi o modalità di recupero, attività socializzanti e ricreative, esercizi e situazioni tecniche desuete, rispetto a quelle canoniche, e tali da sollecitare l’attenzione e la partecipazione dei giovani e simili.

La resilienza

Affrontando il tema del burnout, un concetto che può risultare utile ai fini di una migliore comprensione del fenomeno è quello di resilienza, concetto che sta ricevendo sempre maggiore attenzione nel contesto dell’educazione in generale, ma anche in riferimento allo sport – alcuni autori lo spingono ancora oltre, assumendo il neologismo, coniato da Nassim Nicholas Taleb, di “antifragilità” (Vercelli et al.).

Con il termine resilienza viene intesa la capacità di un individuo di resistere agli urti della vita e di proseguire senza arrendersi, andando avanti nonostante difficoltà e avversità.

Questo concetto è stato proposto proprio per cercare di spiegare e comprendere quali variabili, interne ed esterne all’individuo, permettano alle persone di affrontare con successo situazioni di crisi (cfr. Vitali e Bortoli, 2013).

Nello sport, la resilienza viene vista come capacità di sostenere carichi di allenamento impegnativi, affrontare lo stress della competizione, gestire stati emozionali negativi, ma anche recuperare in modo sicuro e soddisfacente dopo un infortunio.

Essa è considerata sia una caratteristica personale, sia il risultato di un’interazione dinamica fra individuo e ambiente; quando intesa come caratteristica personale, è spesso associata ad altre qualità, quali fiducia in sé e nelle proprie capacità (autostima e autoefficacia percepita), ottimismo, capacità di concentrazione, impegno, tolleranza alla frustrazione e simili.

L’aspetto significativo è il fatto che la resilienza viene considerata non come una caratteristica statica e stabile, ma come risultato di un processo di interazione con il proprio ambiente, con la possibilità quindi di essere acquisita e sviluppata in funzione al bagaglio d’esperienze.

Gli   studi   sullo   sviluppo   della   resilienza   che   hanno   riguardato   l’età   evolutiva   hanno evidenziato i fattori che possono risultare determinanti a tale proposito (cfr. Labbrozzi, 2004), quali:

  • l’esistenza di un legame significativo con un adulto in grado di sostenere e accompagnare il giovane nei momenti di difficoltà (non necessariamente un genitore o un familiare);

  • l’appartenenza  a  un  gruppo che fornisca un  livello adeguato di sostegno sociale, anche attraverso il riconoscimento di un ruolo e delle relative capacità;

  • la  possibilità  di  cogliere un  significato e  una  direzione  nelle  proprie  esperienze, con  la sensazione e la consapevolezza di poterle indirizzare, controllare e modificare;

  • la percezione di un senso profondo del valore di sé come persona.

Come detto, tutto questo non risulta in modo automatico o scontato, ma solo quando il contesto organizzativo (federazione e sci club) e soprattutto gli adulti significativi (allenatori, dirigenti, altri tecnici coinvolti) decidano in modo consapevole di assumersi anche responsabilità e compiti educativi, utilizzando la pratica sportiva non solo come ricerca di prestazione, ma anche come strumento di sviluppo e crescita personale dei giovani atleti.

L’impatto educativo passa attraverso gli atteggiamenti ed i comportamenti degli adulti, in particolare degli allenatori, nella quotidianità delle relazioni durante gli allenamenti e le gare: ciò significa essere presenti in termini di autorevolezza, controllo e sostegno, incoraggiare e valorizzare esperienze di apprendimento, favorire il senso di appartenenza ad un gruppo, sollecitare il rispetto fra compagni e modalità di comunicazione positive.

Ma significa anche, come adulti, mettersi in discussione, ammettere l’errore, chiedere scusa, modificare comportamenti, atteggiamenti, orientamenti valoriali, nella consapevolezza che il processo d’apprendimento è un fatto relazionale che coinvolge, necessariamente, oltre il discente, colui che educa.

Conclusione

Per l’allenatore che legga l’articolo, il punto di partenza è ovviamente una riflessione sul significato della propria attività nello sport, cercando di comprendere quali siano le proprie motivazioni, finalità e scelte anche rispetto ad una “filosofia” di sport: quanto valore viene dato al risultato agonistico? Quanto alla crescita personale dei giovani atleti, anche oltre la dimensione sportiva? Quanto alla formazione del gruppo? Quanto alla crescita della stessa società sportiva? Quale cultura sportiva si vuole creare nel proprio ambiente? Per quali assetti futuri, per quale federazione?

Lo sport giovanile è oggi assai diffuso, ed è molto di più che vincere o perdere! in particolare lo sci alpino è uno sport che, date una serie di caratteristiche, rischia – si passi il termine forte – di illudere molti.

Esso rappresenta un fenomeno sociale e culturale a cui è riconosciuta la possibilità di dare un contributo importante in termini di salute e di sviluppo personale, ma anche un fenomeno assolutamente controverso sul piano educativo, ambientale, della sostenibilità economica, dei costi per le famiglie ecc.

Sarebbe comunque un peccato, al di là degli aspetti critici, non utilizzarne le potenzialità, ma questa scelta va fatta in modo consapevole ed intenzionale ed evitando atteggiamenti supponenti, da parte di tecnici e dirigenti.

La finalità educativa va però sostanziata con obiettivi adeguati su cui si deve intervenire in maniera sistematica.

La propria filosofia di sport, quali allenatori, va condivisa con i collaboratori, con gli atleti e con i genitori. I valori di fondo vanno ripetutamente enfatizzati, adattati alle diverse situazioni e rinforzati, e non vanno accettate disgressioni.

Non si tratta, comunque, solo di discorsi teorici, ma anche di valori e principi che dovrebbero essere parte della quotidianità e alla base delle decisioni e delle azioni dell’allenatore.

Importante, in questo senso, non restare affabulati, quali organizzazioni, dirigenti, allenatori, da miraggi prestativi e da figure professionali che la enfatizzano, ma – come detto – subordinare la prestazione alla formazione globale dei giovani, della quale formazione essa è succedanea.

enricoclementi017@gmail.com

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