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Home White News Agonismo Simone Del Dio: l’azione dell’allenatore come “agire educativo”
AgonismoWhite News

Simone Del Dio: l’azione dell’allenatore come “agire educativo”

5 Gennaio 2022
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In un’intervista online con titolo “La gestione della tattica nello slalom”, Simone Del Dio, attualmente alla guida degli slalomisti della nazionale francese, dice una cosa interessante affermando che ha poco senso parlare di tattica nello sci alpino.

In uno sport di situazione e open-skills quale esso è, un aspetto prioritario è assunto dalla gestione degli equilibri con l’ambiente nel quale la disciplina è praticata; per cui sono le variabili di contesto (che io chiamo “variabili intervenienti”) a orientare le scelte tattiche e il gesto motorio.

Del Dio dice nell’intervista che la tattica è “la tecnica mutevole”, o meglio, “un gesto mutevole”. Per cui, anche sul piano della formazione dell’atleta, risulterà più logico e conveniente mutare le situazioni d’allenamento (tracciato, pendii, fondo, materiali, condizioni meteo ecc.), che cercare di trasferire informazioni verbali compiute.

Detta in chiave educativa, è più adeguato utilizzare una metodologia induttiva, per prove ed errori (Trial and Error), che una metodologia deduttiva, attenta alla completezza delle informazioni, ma deficitaria in termini di partecipazione attiva della persona-atleta.

Ovviamente il cambiare situazioni d’allenamento non è mai fine a se stesso, ma, come in educazione, è intenzionale: un requisito dell’azione educativa e/o formativa è appunto l’intenzionalità.

Per fare un esempio concreto, l’utilizzo dei ciuffetti in sede d’allenamento non è solamente finalizzato al passare con i piedi all’interno o all’esterno dell’ausilio (cosa che l’atleta può bene fare a prescindere da quello che succede in fase di collegamento), ma, come dice Del Dio, finalizzato a quel che l’allenatore intende vedere.

Si punta, attraverso le pratiche di allenamento, a un cambiamento di parametri o dettagli che investono, in modo circolare, l’aspetto tecnico (e quindi tattico), le abilità coordinative (dove apprendimento motorio, controllo motorio, anticipazione motoria, differenziazione e trasformazione hanno uno ruolo chiave), il condizionamento fisico e quello mentale: ampliamento della zona comfort, gestione dei carichi di lavoro (aspetto quantitativo ed energetico), gestione di equilibri sui tre ordini indicati (mente-corpo-ambiente), aspetto qualitativo della prestazione, attivazione ecc.    

L’approccio abbozzato da Del Dio è un vero è proprio approccio metodologico, dove, tra le righe, emergono indicazioni riguardanti l’individualizzazione del progetto educativo, la finalizzazione (come nel caso del ciuffetto l’utilizzo di un ausilio non è pretestuoso), l’intenzionalità dell’agire, l’utilizzo di abilità multiple, la strutturazione di ambienti che favoriscano nuovi apprendimenti ecc.

Il riferimento a nuovi apprendimenti non è peregrino ma rimanda – come detto – alle abilità dell’atleta, che, anche nello sport di vertice e a fortiori nelle categorie giovanili, non vanno semplicemente “mantenute”, ma aumentate, individuando sempre e nuovamente aree di miglioramento.

Partendo dalle suggestioni dell’intervista a Del Dio rientro nel mio ambito di competenza domandandomi: da cosa è caratterizzata l’azione dell’allenatore? Essendo egli, a tutti gli effetti, un educatore o, a seconda degli accenti posti e del metodo di conduzione, un formatore.

È caratterizzata da:

– natura relazionale dell’intervento (si lavora con e per la persona-atleta);

– principio di educabilità (ci sono sempre aree, margini di acquisizione e miglioramento, sia sul piano tecnico-tattico, che fisico e mentale);

– orientamento a un fine, ossia “concretezza” (immagini, corridoi, finestre di senso, significati, in qualche modo percorribili e replicabili dalla persona in apprendimento);

– principio di contingenza (si lavora sempre nel qui ed ora della situazione, evitando slittamenti mentali nel “prima” o nel “dopo”);

– intenzionalità manifesta e definizione congiunta di obiettivi e metodo (rafforzamento delle abilità di controllo dei processi interni ed esterni, ossia rafforzamento delle abilità metacognitive);

– utilizzo di canali d’intelligenza multipli e nulla affatto omogenei (no approccio psicometrico);

– orientamento al “cambiamento”, inteso a questo punto come componente empirica dell’educazione.

Ognuno di questi punti meriterebbe un ragionamento a sé, che in questa sede mi è impossibili sviluppare. Consideriamo però che il mio lavoro di supporto agli staff tecnici e di alfabetizzazione delle categorie giovanili, va in questa direzione e tiene insieme queste istanze.

Lo sci alpino è uno sport fatto di dettagli e non dobbiamo dimenticare, anche a fini prestativi, che per quanto si possa lavorare con visione e metodo, si vince o si perde per un particolare: è quel particolare, quel dettaglio, spesso, ad essere determinante.

Si lavora, con l’atleta, attorno al dettaglio e alla definizione del dettaglio: in questo senso esso non è un elemento marginale, sul piano strategico, ma assurge a principio ordinatore; principio attorno al quale (come abbiamo visto con Del Dio) il progetto tecnico prende forma e assume significato.

Non è semplice definire cosa sia un “dettaglio” e il termine rimanda ad ogni minima parte che costituisce un insieme, in qualche modo sovraordinato; per cui il raggiungimento di un obiettivo, per fare un esempio, è la somma, non meramente addizionale, di una quantità di dettagli variamente distribuiti e da ultimo riconducibili agli equilibri mente-corpo-ambiente.

Sufficiente per ora dire che anche sul piano della comunicazione, in specie nel pre-gara, focalizzare su uno, due dettagli attorno al quale strutturare la prestazione, è preferibile all’implementazione delle informazione, se vogliamo tipica dell’allenamento.

In gara l’informazione dell’allenatore all’atleta è un’informazione che  Del Dio indica altrove come “risolutiva” e che, come tale, sarà espressa se non in modo direttivo (il “devi” non è mai troppo adeguato in una relazione educativa e ancora meno formativa), certamente in modo assertivo.

C’è un luogo e un tempo per rafforzare i “punti di debolezza” dell’atleta, per lavorare alle fragilità che caratterizzano la persona-atleta (lavoro spesso disatteso anche nello sport di vertice o comunque fagocitato dall’urgenza dei risultati, ma che è un errore assoluto disattendere), ci sono luoghi e tempi diversi per esprimere, in modo univoco, abilità positive.

Ci sono studi che indicano che all’aumento del numero di parole dell’allenatore, in gara, diminuisce la comprensione e la capacità di memorizzazione dell’atleta. Per questo indico, come requisito, la brevità e la concretezza della comunicazione, al fine della sua efficacia e indico tempi e luoghi distinti di “manutenzione del sé”, non sovrapponibili al contesto della prestazione: a cambiare – come ripeto spesso – non sono le logiche di lavoro, ma i contesti applicativi.

In un articolo successivo mi occuperò espressamente dell’aspetto comunicativo e di che cosa significhino semplicità, concretezza, metodo e di come un’informazione, a tempo e luogo, possa essere “risolutiva” (gara), oppure al contrario problematizzante un determinato aspetto che s’intende “forzare”.

In questo secondo caso aumentano i tempi di latenza della risposta, della “soluzione” e l’atleta è indotto a porsi domande (quando una domanda è “una buona domanda”?) e ad attivare risorse di problem solving altrimenti sopite.

Dopo questa breve divagazione sul linguaggio torniamo al nostro ragionamento iniziale e restiamo, al momento, sulle seguenti acquisizioni:

– il dettaglio non come elemento secondario, ma come principio ordinatore ed elemento attorno al quale il progetto tecnico si struttura (Del Dio, Ravetto, che Del Dio stesso cita in più d’una occasione, ma anche Rulfi, quando parla in particolare della gestione del “fattore tempo”);

– l’approccio emotivo al problema tecnico (intelligenza multipla e rafforzamento delle abilità metacognitive dell’atleta, nonché delle abilità strategiche);

– la concretezza del metodo, che utilizza un linguaggio non psicologizzato di quanto accade in pista, ma che generare immagini mentali nell’atleta per (ri)conoscere una problematica tecnica, mentale e saper rispondere ad esse in modo non causale ma organizzato (cioè a dire “strategicamente vincente”);

– l’agire dell’allenatore come azione educativa, caratterizzata da principii che hanno nel “cambiamento” il loro elemento chiave e la loro connotazione di tangibilità (v. sopra).

Enrico Clementi – Educatore, Formatore, Consulente e Trainer educativo https://enricoclementi.it/

Autore de: L’allenamento mentale nello sci alpino. Prospettive e strumenti dal mondo dell’educazione (BMS, 2020) http://www.bmsitaly.com/prodotto/allenamento-mentale-nello-sci-alpino/

Per info, contatti, attività formative e di orientamento: enricoclementi017@gmail.com

Foto: Facebook Simone Del Dio

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