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Home White News Agonismo Sci alpino e “lentezza”: i vantaggi dell’apprendimento lento
AgonismoWhite News

Sci alpino e “lentezza”: i vantaggi dell’apprendimento lento

19 Gennaio 2022
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“C’è un legame stretto tra lentezza e memoria, tra velocità e oblio. […] Nella matematica esistenziale questa esperienza assume la forma di due equazioni elementari: il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria, il grado di velocità è direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio.”
M. Kundera – La lentezza

Il termine “lentezza” viene in genere inteso, alla lettera e nello sport, in senso negativo: essere lenti significa quindi, a seconda dei casi, accumulare ritardo, non essere sufficientemente rapidi nella sequenza dei gesti che determinano una buona prestazione, non essere sufficientemente attivati a livello fisico e mentale (quindi in termini di anticipazione motoria, di differenziazione/adattamento) ecc.

In questo articolo voglio provare a ribaltare la questione e a dare a questo termine un’accezione positiva, in termini di:

– acquisizione del nuovo (apprendimenti),

– sedimentazione di quanto appreso,

– rafforzamento delle competenze,

– ridefinizione costante di equilibri personali (fisici e mentali),

– ottimizzazione del gesto tecnico e simili.

A tal proposito indico al lettore un “dietro le quinte” della FISI https://www.youtube.com/watch?v=_bplLu5BvVs dove Innerhofer racconta come gestisce le fasi di riscaldamento-attivazione sugli sci e il modo in cui comincia la sua giornata; utilizzando, appunto, esercizi di stabilizzazione e adattamento a bassa velocità – che non significa, come ovvio, a bassa intensità (!).

In primo luogo sappiamo da evidenze scientifiche che il corpo, la menta, sono orientati all’economia energetica e quindi all’ottimizzazione delle risorse: la lentezza, in questo senso, come il riposo, sono fisiologici.

Inoltre, il nostro cervello, è dotato di due sistemi integrati ma comunque distinti, che nello sci utilizziamo entrambi: uno rapido e istintivo (bottom-up), l’altro lento, più controllato e di supporto a ragionamenti logici (top-down).

Se il primo è fondamentale in sede dall’allenamento/gara, il secondo è strategico nell’apprendimento del nuovo e nello stabilizzare e affinare in gesto tecnico: si utilizza ad esempio in modo prevalente quando si fa ricognizione, si fanno esercizi in campo libero o, come si dice in gergo (ho scoperto recentemente che l’assunzione del termine è dei primi anni del Novecento e di derivazione militare), si fa “addestramento”.

È fondamentale, quindi, sia per l’agonista che per l’amatore attivo, allenare il passaggio dall’una all’altra modalità di processare le informazioni, sensoriali e mentali, o comunque esplorarle entrambe, valutandone l’efficacia in funzione dell’obiettivo.

Come ogni sport lo sci alpino ha inoltre delle consuetudini, dei modi e dei ritmi di lavoro che lo caratterizzano. Non credo di dire nulla di nuovo se dico a chi conosce le dinamiche interne di uno sci club che questi ritmi sono per lo più accelerati, a tratti convulsi.

Essere lenti in un contesto strutturalmente veloce, con la possibilità di ascoltarsi, di stare con se stessi, di rispettare i propri ritmi e i propri bioritmi, può quindi essere un problema, un ostacolo al rispetto delle regole e nel sostenere uno stile operativo tanto diffuso, quanto irriflesso (anche se in qualche modo imposto agli allenatori da esigenze operative concrete, tipo il tracciare).

In realtà, ci sono molti dati empirici che ci dicono come la lentezza, viceversa, sia un elemento che favorisce l’apprendimento, la sedimentazione degli apprendimenti e il loro rafforzamento; quindi può non solo non essere un problema rivedere tempi e modi di conduzione delle attività (in specie nelle categorie giovanili), ma diventare una caratteristica auspicabile nello sport in genere e nello sci alpino in particolare.

La lentezza sta ad esempio nel prendersi tempo, ore, giorni o, in alcuni casi, settimane o stagioni, per produrre un risultato tangibile, un cambiamento: la crescita d’un atleta (in specie nelle categorie giovanili) non è lineare, ma conosce battute d’arresto, evoluzioni improvvise, ma anche regressioni.

Inoltre, i tempi di attenzione e concentrazione di ognuno (attenzione e concentrazione non sono sinonimi, ma la concentrazione è “una somma di attenzioni”) sono variabili; ma sappiamo che riusciamo a tenere livelli ottimali di concentrazione per circa 25 minuti, prima che questa inizi gradualmente a diminuire, se non si fanno delle pause o ci si allena a gestire il così detto  on-off attentivo.

Quindi la tendenza a fare delle full-immersion  sugli sci o delle giornate piene con sedute mattutine e pomeridiane di allenamento, ancorché giustificata dal “fare volume”, dal “fare quantità”, per la maggior parte dei giovani non è una buona strategia.

Negli sci club non ci sono solamente “fenomeni”, ma i grandi numeri sono dati da ragazzini e ragazzine con capacità e caratteristiche, si passi il termine, “ordinarie” ed a questi grandi numeri che, pure, vanno fornite risposte differenziate e qualitativamente evolute. Inoltre, molti di loro, vengono da vissuti personali e/o familiari a volte già molto onerosi e impegnativi da integrare, cosa che giustifica in modo ulteriore il richiamo ad adottare altre logiche, altre accortezze, altre pratiche educative.

Distribuire nelle giornate delle brevi sessioni di allenamento, sembra essere più funzionale. Questo permette anche di riprendere in mano più volte il lavoro svolto, avendo quindi più occasioni per “resettare”, elaborare, comprendere e automatizzare quegli aspetti particolarmente ostici da acquisire o poco chiari.

Avere tempo a disposizione permette anche di fare più tentativi, ad esempio nella soluzione autonoma di difficoltà o nella ricerca di nuovi adattamenti; soluzioni e adattamenti che includono, come prassi educativa, l’errore e la sua gestione: sappiamo che il lavoro di identificazione e correzione di errori favorisce la comprensione e l’apprendimento di procedure complesse.

La frenesia associata al volere o al voler fare tutto e subito in modo rapido, tipica dei nostri tempi, porta inoltre a forti cali di energia e a vissuti d’ansia, che vanno poi ad incidere negativamente sulla qualità degli apprendimenti, oltre che sul benessere dell’individuo.

Simone Del Dio, oggi alla guida degli slalomisti francesi e al quale abbiamo dedicato il precedente articolo, al quale rimando https://www.scimagazine.it/simone-del-dio-lazione-dellallenatore-come-agire-educativo/ dice che oltre alla semplicità, che paga sempre, la pazienza aiuta nell’attesa dei risultati; ma ammette pure, in modo molto onesto e in qualche modo estendo l’affermazione alla categoria professionale alla quale appartiene, gli allenatori, che lui non ne ha!   

È stato mostrato che rallentare i ritmi, anche per pochi minuti al giorno, e darsi tempo, diminuisce la tensione emotiva e di conseguenza migliora le prestazioni, che siano esse sportive, di studio, di lavoro o altre.

La lentezza non dovrebbe quindi essere vista come un problema, ma essere valorizzata, integrata e addirittura allenata sia nei giovani che praticano lo sci alpino, che nell’adulto che intende porsi degli obiettivi di crescita e di miglioramento.

Enrico Clementi – Educatore, Formatore, Consulente e Trainer educativo https://enricoclementi.it/

Autore de: L’allenamento mentale nello sci alpino. Prospettive e strumenti dal mondo dell’educazione (BMS, 2020) http://www.bmsitaly.com/prodotto/allenamento-mentale-nello-sci-alpino/

Per info, contatti, attività formative e di orientamento: enricoclementi017@gmail.com

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